Nel 1989, un anno prima della sua morte, Leonardo Sciascia pubblica Una storia semplice, un racconto breve e tagliente che oggi appare come uno dei suoi testamenti morali. In appena settanta pagine si consuma una rincorsa alla verità che non arriva mai davvero a compiersi. La si intravede, la si sospetta, la si sente avvicinarsi — ma resta sempre appena fuori campo.

È questa la grande tensione narrativa del libro: una verità che emerge per frammenti, che affiora nelle pieghe dei dialoghi e negli sguardi dei personaggi, ma che non riesce mai a diventare pienamente dichiarazione. La verità pesa troppo.
Il racconto si muove dentro uno spaccato criminale dell’Italia, un microcosmo dove il potere, la paura e l’omertà si intrecciano fino a diventare indistinguibili. Ed è proprio qui che Sciascia mette a fuoco uno dei suoi temi più radicali: l’omissione.

Quando la verità diventa insostenibile, le istituzioni preferiscono non guardarla. Non negarla apertamente — sarebbe troppo evidente — ma semplicemente metterla da parte, lasciarla scivolare nell’ombra.
È un gesto antico: voltarsi dall’altra parte.
Per troppi anni abbiamo omesso.
Abbiamo omesso di chiamare le cose con il loro nome.
Abbiamo omesso di interrogare davvero il linguaggio che utilizziamo per descrivere il mondo.
Abbiamo perfino accettato che la pace potesse essere promessa attraverso le armi, che la democrazia potesse essere esportata con le bombe. Per troppo tempo si è preferito credere a queste narrazioni piuttosto che metterle in discussione.

Ma il problema non è soltanto politico. È culturale.
E il linguaggio è il primo luogo in cui questa omissione si manifesta.
In un giorno come l’8 marzo — la Giornata Internazionale della Donna — la tentazione è quella del ricordo rituale: le mimose, le celebrazioni, le parole che si ripetono ogni anno. Ma forse non è più il tempo della commemorazione.
Il femminismo contemporaneo — quella che molti definiscono la quarta ondata — non si rivolge soltanto alle donne. Si rivolge anche agli uomini, chiedendo una riflessione radicale sul linguaggio e sulle strutture profonde della nostra cultura.
Non possiamo più fingere che il linguaggio vada bene così.
Il linguaggio è una delle espressioni fondanti del nostro essere.
Mutua dall’esistenza e allo stesso tempo la plasma.
Se non cambia il linguaggio, non cambia il mondo.

È attraverso questi passaggi che le società evolvono — o regrediscono.
E il nostro tempo vive una contraddizione profonda. Da un lato assistiamo alla più grande apertura globale della storia: paesi come Germania, Francia e Italia che cooperano in uno spazio comune.
Dall’altro lato, la guerra — che sembrava relegata al passato — è tornata a bussare alle porte dell’Europa con il conflitto tra Russia e Ucraina.
E proprio in questo scenario il libro di Sciascia torna a parlarci con forza.
Una storia semplice è la storia di un paese che preferisce non vedere.
Di una verità che si conosce ma non si pronuncia.
Di una società che sceglie la quiete dell’omissione invece della fatica della responsabilità.
E forse, a distanza di decenni, quella storia continua a ripetersi.
Continuiamo a uscire la domenica mattina, a fare brunch, a passeggiare tra le vetrine. Ci lamentiamo per qualche minuto con gli amici e troviamo in quella breve condivisione una consolazione momentanea.
Ma non basta più.
Non è più il tempo delle mimose.
È il tempo della presa di coscienza.
E la cultura — la letteratura, il pensiero critico, il linguaggio — deve tornare a essere la miccia capace di accendere il mondo.

Michele Piramide