Il Vescovo Accrocca: “Sannio territorio che soffre ma dalle grandi potenzialità”

Nascere e restare al sud non è semplice. L’emergenza maggiore riguarda l’assenza di lavoro che lascia senza futuro centinaia di giovani. Delle problematiche di questa terra, tanto bella ma che
non riesce a risollevarsi, ne abbiamo parlato con monsignor Felice Accrocca Arcivescovo di Benevento.

Monsignor Accrocca viviamo un’epoca difficile, quale futuro, secondo lei, hanno i ragazzi di questa città?
È difficile, per me, rispondere a una domanda del genere, anche perché il futuro nessuno lo conosce. Certo, le prospettive non sono rosee. Come dissi già lo scorso anno a Papa Francesco, nel mio breve saluto di accoglienza quando lui venne a Pietrelcina, la nostra è una terra che soffre, a dispetto delle sue grandi potenzialità, mortificate purtroppo dalla grave debolezza delle infrastrutture: così i nostri giovani sono costretti a cercare lavoro altrove e nei nostri Comuni – come in tutte le aree interne del Paese – la popolazione diminuisce, mentre l’età media di coloro che restano s’innalza sempre più. Non mi rassegno, però, a cedere al pessimismo.

Tocchiamo quindi il problema dell’emergenza lavoro: nel Sannio tanti giovani si sentono sfiduciati per l’assenza di prospettive. Qual è il suo consiglio in proposito?
Altra domanda difficile! Io credo possano pian piano crearsi anche le condizioni per restare: vanno perciò incoraggiati, sostenuti e indirizzati quei giovani disponibili a impiantare attività in loco. Per questo abbiamo inteso, come vescovi della Metropolia beneventana, promuovere il Forum degli Amministratori, perché sentiamo che è urgente apprendere una “cultura del progetto”, privi della quale restiamo indubbiamente tagliati fuori dai grandi processi di sviluppo.

Lei ha menzionato il “Forum degli Amministratori”. In concomitanza con esso voi vescovi avete scritto un breve documento: quali sono gli obiettivi che con tale lettera vi siete proposti?
Come affermiamo esplicitamente in quel testo dal titolo emblematico (Mezzanotte del Mezzogiorno?), la nostra speranza è quella di attivare sinergie capaci di promuovere l’interesse comune: un’opportunità per porsi tutti a “lezione del territorio”, anzi “dei territori”, al fine di gemellare le povertà e renderle occasione di riscatto nella dimensione unitaria di un rinnovato impegno sociale e spirituale. Nei giorni dal 24 al 26 giugno proveremo a ipotizzare cammini, individuare piccoli, ma concreti obiettivi da raggiungere a vantaggio delle realtà territoriali più emarginate di questa nostra parte di Paese. Non spetta a noi formulare progetti e fare programmi; noi vogliamo essenzialmente indicare una via di metodo, necessaria per raggiungere qualsiasi obiettivo: mettersi insieme, evitando personalismi di ogni tipo e sterili campanilismi.

Come è cambiato il ruolo della Chiesa oggi, soprattutto nel rapporto con i giovani?
Non è un dialogo sempre facile, anche perché le generazioni mutano in fretta e noi facciamo oggettivamente fatica a percepire i cambiamenti in atto. Credo sia importante fare di tutto per metterci in ascolto del mondo giovanile, che oggi fatica a creare relazioni, anche perché tentato di ridurle a rapporti virtuali.

Si parla di “movida” violenta in città: cosa, secondo lei, poter fare?
Debbo premettere che, almeno a quanto mi consta (ma io mi muovo prevalentemente sul corso e in certe ore della giornata), non ho osservato atteggiamenti particolarmente violenti o trasgressivi. Credo che i giovani, nel far gruppo, nel ritrovarsi insieme in luoghi convenuti, esprimano il bisogno di combattere la solitudine, di trovare appoggio e sostegno negli altri. E forse, anche atteggiamenti trasgressivi costituiscono un grido di aiuto. Cosa fare? Prima di giudicare, bisogna anzitutto mettersi in ascolto. Il resto verrà di conseguenza: camminando s’apre cammino…

Stefania Repola

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